La drammatica testimonianza del 26 settembre, dagli occhi di un sacerdote: Don Odone Nicolini.

La drammatica testimonianza tramite gli occhi un sacerdote

“Nella mattinata del giorno 26 settembre 1944, mi recai a Bassano per visitare e benedire le Salme dei giovani barbaramente fucilati dietro la caserma “E. Reatto” senza la dovuta assistenza religiosa e per interessarmi poi per lavare i cadaveri e portarli al cimitero. Mentre mi stavo occupando in proposito, lungo il Viale Venezia scorgo un soldato della Flak intento ad attaccare dei lacci alle piante fiancheggianti la strada stessa. Lo avvicino subito chiedendogli spiegazione del suo operato ed egli mi risponde mostrandomi, riservatamente, tutto il suo sdegno per ciò che gli era stato imposto di fare, avvisandomi che il Comando tedesco aveva stabilito di impiccare una trentina di partigiani, presi nel rastrellamento del Grappa. La tremenda rappresaglia avrebbe avuto inizio alle 3 pomeridiane. Gli chiesi un laccio che esaminai attentamente e, angosciato per la ferale notizia appresa, pensai subito di avvicinare quei poveri figlioli.

Andai quindi in caserma Reatto ove loro si trovavano rinchiusi, in attesa della tragica sorte; mi premeva vederli e confortarli, onde prepararli ed assisterli spiritualmente alla morte, secondo la mia missione sacerdotale. Purtroppo però ogni mio tentativo, per esercitare questo sacro mistero ai giustiziandi, fu vano: anche per questi condannati, come per quelli già fucilati, il Comando tedesco aveva disposto severamente che fosse negato loro qualunque conforto morale e quindi proibita l’assistenza religiosa. […]

Chiedo di poter conferire con il Ten. Perillo nella speranza che almeno lui, avendomi favorito tante altre volte per la salvezza di partigiani prigionieri, corrisponda anche in questa triste circostanza alla mia opera di apostolato sacerdotale verso gli infelici. Mi si risponde che il Perillo era assente. Scacciato dalla caserma, vado allora in cerca dell’Arciprete-Abate Mons. Dalla Paola che trovo ansiosamente occupato anche lui per ottenere dalle competenti Autorità che sia concessa ai condannati l’assistenza religiosa secondo le prescrizioni ecclesiastiche; volerla negare, dimostra il colmo della mostruosità umana e aggiunge un nuovo delitto a quello gravissimo già stabilito. Continuiamo insieme l’ardua impresa ma per risposta, ovunque, non abbiamo che dei “rifiuti” e delle minacce di morte anche per quel “prete” che osasse trasgredire l’ordine impartito, proibendo ogni morale conforto dell’assistenza religiosa ai giustiziandi. Tutto ciò non mi spaventava affatto. Lascio Monsignore che mi incoraggia a proseguire il mio scopo di bene. Assolutamente deciso a non mancare al mio dovere, a costo di qualunque sacrificio, stabilisco senz’altro il piano per compierlo.

Presso l’Ospedale Civile mi procuro una stuola viola e rispettivo boccettino contenente l’Olio Santo; verso le 2,30 sono sul Viale Venezia che è vigilato da un cordone di truppe armate; le sue belle piante ornamentali portano il macabro segno del tremendo delitto che fra poco verrà consumato; vi pendono i lacci che strozzeranno le vittime innocenti. Sono appartato dietro la soldataglia, lungo il fianco della strada, fingendo di leggere il Breviario; in tasca ho la boccettina dell’Olio Santo aperta; sotto il soprabito tengo la stola. Circa una ventina di minuti di angosciosa attesa, dopo di che ecco avanzare, uscito dalla caserma Reatto, il camion recante i giovani impiccandi, seduti intorno alle sponde con le mani legate dietro la schiena.

Vincendo ogni debolezza, forte per l’aiuto di Dio che mi voleva vicino a quelle anime che stavano per presentarsi a Lui, indosso apertamente la stola e mi slancio in mezzo alla strada, facendomi largo fra la gente e le numerose sentinelle militari.

Quei poveri figlioli non appena mi vedono piangono e mi riconoscono; piangono invocando la loro mamma e supplicandomi vicino. M’accosto quindi al camion che si ferma, dico subito al carnefice (un soldato tedesco) che voglio salire vicino ai giovani, affermandogli energicamente che essi hanno diritto di avermi e io ho tutto il dovere di trattenermi con loro per assisterli al passo supremo della morte.

Il barbaro uomo non può resistere ad uno spiraglio di luce, che, sia pur per poco, gli tocca la coscienza e credendomi regolarmente autorizzato dal Comando Militare, permette che io salga sopra quella macchina del supplizio, ove tra me e quei giovani si svolge una scena di silenzio e parole, in uno strazio impossibile a descriversi. I poveretti riversano nel mio cuore sacerdotale il loro ultimi sentimenti e tutta l’ambascia del loro supremo dolore, mentre io con le lacrime paterne porgo loro la benedizione della Chiesa, il saluto della Patria e l’abbraccio della loro mamma vicina e lontana. Per essa m’affidano l’estremo addio, ripetendone il dolce nome con un ”arrivederci in Paradiso”; si dispongono, infine, a ricevere devotamente l’assoluzione sacramentale.

Così consolidati dalla Chiesa e purificati dalla Grazia santificante, quei morituri si trasformano quasi improvvisamente in uno stato di pace sovraumana, sulle loro labbra si spegne ogni lamento e v’appare un angelico sorriso di bontà come di bimbi che accarezzano l’agonia e che piangono ridendo.[…]

Fieri del loro nobile sacrificio e felici di giovare così al bene della Patria in guerra, segnato l’ultimo istante di quella giovinezza, salutandosi reciprocamente, ognuno si alza e tranquillo si offre al carnefice presentadogli il capo che viene subito passato attraverso il laccio stringendo il collo. Lo sguardo sereno dei moribondi posa amorevolmente sull’assassino della loro vita, che rimane crudelmente insensibile a quella agonia straziante; pare vogliano perdonare Gesù dal patibolo della Croce, dopo di che, sollevando gli occhi al Cielo, muoiono esclamando: Viva Dio! Viva l’Italia!

Quando a tarda sera il sole tramonta, sull’orizzonte di Bassano in lutto si stende un velo di cupa mestizia. I suoi viali custoditi dal primo eroe del Grappa, il Gen. Giardino, si sono trasformati in un pio cimitero, ove la gente passa inorridita e desolata dinanzi a quelle piante, da cui pendono trentuno capestri con le 31 vittime, una schiera di giovani penzolanti…impiccati, con addosso, anziché il Crocefisso, un cartello recante la scritta:”Bandito”.

Quanti vorrebbero baciare quella giovinezza caduta senza volersi né potersi difendere! Ma a nessuno è possibile. Non è permesso neppure rendere il dovuto rispetto alla morte che è sacra. Si piange e si prega in silenzio, affidando a Dio l’ora della severa giustizia per così esecrando delitto e, alla storia, una pagina di gloria.

Nemmeno alle madri è possibile stringersi al petto il gelido cuore del figlio amato, non possono staccare quei cadaveri dall’albero per deporli in una bara e seppellirli in una tomba. Non resta loro che parlare in segreto ai figli morti col muto linguaggio di un grande dolore, d’una grande preghiera, baciando poscia, in ginocchio, la terra del loro martirio.

Scende frattanto la notte di quel memorabile 26 settembre 1944. Nel convento della Suore Canossiane in cui dovetti nascondermi per sottrarmi nelle gravi conseguenze per il mio dovere compiuto, contro l’ordine del Comando tedesco, raccolgo le religiose in Cappella; dinanzi a Gesù Eucaristico recitiamo il Rosario in suffragio a tutti i giustiziati. Preci e lacrime si confondono insieme, mentre le campane di Bassano afflitta suonano mestamente l’Angelus, il cui eco si diffonde fin su alle cime brumose del Grappa, per poi ridiscendere a baciare le spente pupille dei Caduti per la Libertà.

La Madonnina del Grappa veglia i Martiri suoi.

Cittadella, 7 maggio 1946.”

(Tratto dal libro di G.Corletto, Masaccio e la Resistenza tra il Brenta e il Piave, cit. pp. 103-107)

Gli articoli collegati:

Parte 1- Introduzione e contesto europeo nel ’43-’44

Parte 2- La situazione nel bassanese

Parte 3- Le forze nazifasciste in gioco

Parte 4- I giorni precedenti il rastrellamento

Parte 5- L’azione militare nazifascista sul Grappa

Parte 6- La testimonianza di Don Odone Nicolini

Parte 7- Il silenzio, le immagini, la memoria

Articolo di Samuele Guizzon

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