Trieste, Blue Economy e tessuto economico – 3a parte

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Ci eravamo lasciati nell’ultimo articolo, chiedendoci come risponde la città gli aspetti scientifici dell’economia.
Trieste è una città con una vocazione scientifica e culturale molto viva e attiva, dai caffè storici, i quali hanno ospitato scrittori del calibro di Saba e Joyce, al suo ateneo, passando per la Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati, il Sincrotrone, l’Area di Ricerca e altri istituti: ha sempre fatto del sapere un suo punto di forza. Tuttavia, i continui tagli al bilancio che i vari governi hanno apportato nel corso degli ultimi tre decenni, si sono fatti sentire anche in questa realtà.

Corsi di specializzazione e la Blue Economy

Attualmente, l’OGS – Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale- sta portando avanti un corso di formazione di due settimane in ” Summer School on Sustainable Blue Growth in the Mediterranean and Black Sea Countries”, che nel 2018 ha raccolto 187 candidature dalle quali sono stati selezionati 27 partecipanti da 18 paesi; l’Università di Trieste, invece, ha creato il ” Master di secondo livello in Sustainable Blue Growth”, che fornisce 60 crediti formativi universitari del sistema europeo (CFU-ECTS) e la cui prima edizione ha raccolto più di 80 candidature, ha selezionato 21 studenti di 8 nazionalità diverse, mettendo a disposizione 15 borse di studio totali o parziali (dati SyS F-VG). Ma tutto ciò è sufficente per favorire quell’apparato scientifico di studio, di strutture, mezzi, laboratori, scienziati, ingegneri, operatori vari che servono a far “decollare” la Blue Economy quale sistema politico-economico e sociale di crescita di una città come Trieste?
La domanda appare retorica e la risposta scontata: non sembra affatto.

La fonadamentale importanza dell’economia del mare

L’oceano e i mari ricoprono il 75% del globo e contengono il 97% dell’acqua disponibile. Circa tre miliardi di persone dipendono dalla biodiversità e dai servizi offerti dagli ecosistemi marini e costieri e circa 31 milioni di persone sono impiegate nell’economia del mare (dati U.N.). Con questi soli dati, come si può non parlare di Blue Economy, che risulta essere inserita tra le prime dieci economie mondiali? Quindi Trieste, città di mare, è prevalentemente al mare che deve guardare per il suo futuro. Ma per fare questo, serve una classe di amministratori pubblici sufficientemente “illuminata” da capire che, o si cambia paradigma, o la crescita e lo sviluppo saranno talmente lenti, che altre realtà prevarrano sulla nostra.

Da qui, urge un piano di investimenti finanziari in primo luogo, ma anche un piano di formazione delle persone che deve passare attraverso l’Università. E’ impensabile che 21 studenti possano farsi carico di un servizio così vasto come quello che ruota attorno a questo tipo di economia. E tutte le eccellenze a livello mondiale che ambiscono ad un percorso di studi più avanzato? Perché non si deve concedere tale opportunità? Perché un master deve costare migliaia di euro o dollari, quando potrebbe essere gratuito o con costi accessibili a chiunque? Cosa sono 15 borse di studio di fronte ad un indotto che richiederebbe investimenti per milioni, per avere un tornaconto per miliardi? A nostro parere, nulla o quasi.

Il vasto concetto di Blue Economy

Blue Economy significa pesca, significa riduzione dell’inquinamento a valori minimi se non addiritura a zero, significa biologia marina, significa grandi navi e turismo, significa strutture ricettive, significa attività portuali, significa cantieristica, significa tutela dell’ecosistema marino e protezione del mare a causa dell’impatto che le varie attività hanno su di esso, significa anche blue technologies, vale a dire quella componente innovativa che necessariamente deve essere presa in considerazione: nanotecnolgie, biotecnologie marine, energie rinnovabili (eolico offshore, onde, maree), nuovi materiali, combustibili alternativi, tecnologie di monitoraggio e controllo delle industrie marittime. Ma questo significa anche opportunità per le imprese e per il settore finaziario, creazione di start up innovative e nuovi posti di lavoro.

Un futuro necessariamente pianificato

Tutto questo, chiaramente, richiede la creazione o l’implementazione di facoltà universitarie che “producano” personale formato, preparato e qualificato, aperte a tutti (non è più accettabile nè utile una università con facoltà a numero chiuso) e, soprattutto, che il perosnale formato, una volta assunto, venga adeguatamente retribuito (non sembra intelligente nè opportuno aprire il varco ad ulteriori fughe di cervelli di storica e attuale memoria); richiede laboratori attrezzati, spazi sufficienti, macchinari, uffici, cantieri ampi, sicuri, orari e carichi di lavoro accettabili, diritti sindacali garantiti, reti di trasporti all’avanguardia, ferrovie, autostrade, servizi, ma, anche, la profonda consapevolezza che l’impegno di tutti garantirà il benessere di tutta la collettività.

Oggi si deve e si può!

Articolo di Federico Odoni

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