L’ora più buia, un uomo al crocevia della storia

Oggi ci concentreremo su pochi mesi del 1940 e parleremo di un uomo che una imprevedibile congiunzione storica portò a capo della Gran Bretagna, nel momento più drammatico della storia europea e forse mondiale, uomo che si rivelò determinante per la sua risoluzione. Mi piace sottolineare come ancora una volta un uomo solo abbia potuto incidere così grandemente nella storia, e che molti degli avvenimenti che racconteremo non furono affatto scontati.

19 maggio 1940

Ottantuno anni fa, Winston Churchill parlò per la prima volta al popolo britannico; egli dichiaro fra le altre cose che ci si trovava:

“in un’ora solenne per la vita del nostro Paese, del nostro impero, dei nostri alleati e, soprattutto, della causa della libertà.”

Winston Leonard Spencer Churchill divenne primo ministro in età avanzata, a sessantacinque anni, e più tardi ebbe a dire:

“mi sentivo come se stessi camminando con il destino, e che tutta la mia vita passata era stata solo una preparazione per quest’ora e per questa prova.”

Egli prese il posto Neville Chamberlain, la cui politica di pacificazione non riuscì a preservare la pace e che si dimostrò  incapace di esercitare una leadership decisiva in guerra. Raccontò Joseph Kennedy, l’ambasciatore americano in Gran Bretagna, padre del futuro presidente degli Stati Uniti John Fitzgerald:

“Chamberlain è decisamente un uomo con il cuore spezzato e fisicamente distrutto. Ha un aspetto orribile. “

(Va sottolineato però che ancora non si sapeva che a Chamberlain sarebbe stato, da lì a poco, diagnosticato un cancro e che sarebbe deceduto sei mesi dopo). Chamberlain confidò a Kennedy che “dal momento che Winston pensa di capire la guerra, forse è meglio che se ne faccia carico”. In realtà né Chamberlain né l’establishment britannico consideravano Churchill la loro prima scelta come primo ministro.

Solo con lo scoppio della guerra Churchill ricevette l’invito a tornare a ricoprire il ruolo di Primo Lord dell’Ammiragliato, il capo civile della Royal Navy, la stessa posizione che aveva ricoperto venticinque anni prima quando scoppiò la prima guerra mondiale. Durante questo primo periodo di guerra, Churchill servì sotto Chamberlain, ma nonostante ciò nel partito Conservatore molti non si fidavano ancora di lui e rimasero fedeli solo a Chamberlain, continuando a preferirlo come primo ministro.

4 settembre 1939

Nella riunione del gabinetto di guerra, Churchill propose di attaccare immediatamente il fronte tedesco sulla linea Sigfrido, per alleggerire la pressione tedesca sul fronte polacco, ma l’azione non fu intrapresa. In questa fase del conflitto detta della “strana guerra“, Gran Bretagna e Francia rimasero sostanzialmente inerti di fronte all’avanzare delle truppe del Fuehrer in Europa dell’Est, fatto che confermò a Hitler la convinzione che le potenze occidentali non volessero davvero combatterlo.

Churchill continuò, sebbene in minoranza, a prendere l’iniziativa, prima con un’incursione navale nel Baltico e in seguito proponendo di minare le acque territoriali della Norvegia per bloccare l’afflusso di materie prime all’industria bellica tedesca.

30 novembre 1939

L’Unione Sovietica invade la Finlandia. Nonostante questo, la maggioranza del partito Conservatore continuava a preferire l’ipotesi di schierarsi contro l’Urss, ma Churchill rimase fermo nel ribadire che la priorità doveva essere data a combattere la Germania.

13 dicembre 1939

L’ammiragliato guidato da Churchill mise a segno un importante successo, quando tre incrociatori agganciarono la corazzata Graf Spee e la costrinsero a ritirarsi nel porto di Montevideo, dove questa si autoaffondò.

5 Febbraio 1940

Il consiglio supremo di guerra anglo-francese che si tenne a Parigi stabilì di inviare 30000 uomini in Scandinavia. Quando, lo stesso giorno, fu avvistato in acque norvegesi il mercantile tedesco Altmark, che si sospettava trasportasse prigionieri del Regno Unito, Churchill ordinò personalmente al comandante del cacciatorpediniere Cossack di abbordare la nave tedesca e liberare i prigionieri. Tuttavia il gabinetto si oppose nuovamente a minare le acque norvegesi.

Hitler, a questo punto, comprendendo la volontà alleata di occupare la Norvegia per tagliare alla Germania l’afflusso di materie prime, ordinò l’invasione del Paese. Solo all’inizio di aprile venne deciso di effettuare lo sbarco a Narvik, quando ormai era troppo tardi. Chamberlain aveva dichiarato alla Camera che Hitler ormai ”aveva perso l’autobus”, ma nel giro di poche settimane Danimarca e Norvegia furono occupate dai nazisti. Le proposte strategiche di Churchill furono adottate con mesi di ritardo e l’incertezza di Chamberlain diede modo a Hitler di prevalere.

Nel dibattito che seguì la sconfitta in Norvegia, i laburisti, ma anche i liberali guidati da Archibald Sinclair, presero la parola. Leopold Amery, deputato conservatore, citò le celebri parole di Oliver Cromwell, rivolto al primo ministro:

«Siete rimasto seduto troppo a lungo, quale che sia il bene che avete fatto. Andatevene, vi dico, e liberateci dalla vostra presenza. In nome di Dio andatevene!»

Churchill tuttavia, difese il governo, in segno di lealtà verso Chamberlain. Alla votazione che seguì Chamberlain potè contare su una maggioranza appena sufficiente. Chamberlain, a questo punto, non presentò subito le dimissioni, ma comunicò a Giorgio VI che intendeva formare un governo di coalizione che comprendesse anche i laburisti. Il partito laburista però si rifiutò categoricamente di appoggiare Chamberlain. A quel punto il nome di Churchill emerse come uno dei principali candidati. Nonostante ciò, dopo le dimissioni, Chamberlain raccomandò il suo alleato Lord Halifax, il ministro degli esteri britannico, per succedergli, con l’assenso del Re. Halifax, tuttavia, esitò: egli non voleva la grave responsabilità, e credeva che Churchill fosse più qualificato per guidare il paese in guerra.

10 Maggio 1940

A Re Giorgio VI non rimase altra scelta che chiedere a Churchill di formare un nuovo governo, ed egli dichiarò che ora la nazione avrebbe avuto un leader “pieno di fuoco e determinazione a svolgere i doveri di Primo Ministro“. E, a differenza di quanto fatto finora da un provato Chamberlain o di quanto presumibilmente avrebbe potuto fare l’esitante Halifax, Churchill non esitò a prendere immediatamente il comando in modo deciso.

I detrattori di Churchill lo giudicavano un giocatore spericolato, ritenevano che la sua vita e le sue azioni prima di diventare primo ministro equivalessero ad uno studio preparatorio sul fallimento. Credevano che i difetti nel suo carattere e nel suo giudizio prima o poi si sarebbero fatti valere, portandolo a commettere un enorme errore strategico, provocando così il declino e la caduta della Gran Bretagna e del suo impero.

In realtà da giovane, Churchill aveva prestato servizio in combattimento con coraggio, egli aveva vissuto la battaglia in prima linea e ricoperto alcune delle più alte cariche pubbliche, prendendo parte attiva alla definizione della politica e della strategia britannica durante l’era della Grande Guerra. Inoltre, era un prolifico autore che scriveva di politica, strategia e guerra in modo brillante, con una retorica molto coinvolgente ed una ironia fulminante. Egli non evitava le polemiche, anzi le cavalcava. Nessun altro politico in Gran Bretagna sarebbe stato così ben equipaggiato come Churchill per assumere la leadership in tempo di guerra.

Churchill divenne primo ministro in un momento disperato. La Germania aveva appena scatenato una grande offensiva aerea e terrestre in Europa occidentale, invadendo i Paesi Bassi, il Belgio e la Francia. Mentre Churchill parlava al popolo britannico per la prima volta come primo ministro, i tedeschi avevano già distrutto la linea difensiva avanzata dell’esercito francese. Con questa breccia, l’esercito tedesco si spinse in avanti, incontrando poca resistenza organizzata, mentre attraversava la Francia settentrionale. Le armate alleate in Belgio erano in imminente pericolo di accerchiamento e di annientamento. Churchill prese il comando per trovare un catastrofico disastro militare che incombeva davanti a lui.

Le vittorie della Germania durante le fasi iniziali della Seconda Guerra Mondiale sconvolsero l’equilibrio di potere europeo. Il crollo della Terza Repubblica francese sbalordì il mondo. A Berlino si sperava che la caduta della Francia avrebbe scioccato e spaventato il governo britannico, inducendolo a negoziare la fine dei combattimenti.

23 giugno 1940

Goebbels dichiara, in un briefing segreto per la stampa tedesca:

“Questa settimana le cose arriveranno a un punto critico in Inghilterra. Churchill non può resistere, naturalmente. Un governo di compromesso sarà formato. Siamo molto vicini alla fine della guerra.”

Goebbels registrò anche nel suo diario che un Hitler “alquanto baldanzoso e felice” non vedeva l’ora di una pace negoziata, a patto che la Gran Bretagna riconoscesse il dominio nazista sul continente europeo, restituisse le colonie che la Germania possedeva prima della prima guerra mondiale, e pagasse le riparazioni.

“I negoziati sono già in corso su queste questioni, attraverso la Svezia”, disse Hitler al suo devoto ministro della propaganda.

Churchill, tuttavia, rifiutò di negoziare.

19 luglio 1940:

In tutta risposta, Hitler parla al Reichstag per avvertire che, se la guerra fosse continuata, l’impero britannico sarebbe stato distrutto, e bolla Churchill come un guerrafondaio, spinto a continuare i combattimenti da una “grande cricca capitalista di profittatori di guerra”.

Il crollo della resistenza francese obbligò la Gran Bretagna  a decidere se accettare la disponibilità di Hitler a negoziare e cercare una rapida conclusione del conflitto. I leader britannici discussero tra di loro le loro prospettive di successo se avessero continuato ad offrire resistenza. Questa storia è stata raccontata molte volte al cinema, recentemente anche nel film the Darkest Hour.

Churchill dovette difendere il suo convincimento in un aspro dibattito con colleghi e rivali politici; egli infatti credeva che la Gran Bretagna avrebbe dovuto continuare a combattere. Aprire i negoziati dopo la sconfitta della Francia, sosteneva, avrebbe portato la Gran Bretagna a negoziare da una posizione di debolezza.

I colloqui di pace avrebbero messo la Gran Bretagna su un pendio scivoloso di fare una concessione dopo l’altra. Inoltre non era chiaro cosa si sarebbe dovuto concedere a Hitler per ottenere un accordo. Meglio resistere a Hitler e dimostrare la capacità della Gran Bretagna di protrarre la guerra. Il punto di vista opposto era quello di Lord Halifax, che aveva una valutazione assai più pessimistica delle possibilità della Gran Bretagna di continuare la guerra. Come principale rivale di Churchill per diventare primo ministro, la critica di Halifax assunse a questo punto un carattere politico. Halifax non vedeva alcuno scenario plausibile che si sarebbe concluso con la vittoria britannica, cioè il rovesciamento del regime di Hitler. Era disposto a esplorare la prospettiva di negoziati.

L’alternativa politica di Halifax mise alla prova la posizione di leadership di Churchill all’interno del governo. In una riunione del gabinetto britannico, Churchill esercitò la sua autorità in un’esortazione che passerà alla storia, affermando:

“Se questa nostra lunga storia deve finalmente finire, che finisca solo quando ognuno di noi giace soffocato nel suo stesso sangue sul terreno.”

Il gabinetto appoggiò Churchill e lo sostenne nel rifiutare i colloqui di pace.

Dopo questa dimostrazione di sostegno a Churchill, Halifax registrò nel suo diario:

“Ho pensato che Winston abbia detto la più spaventosa porcheria. Mi porta alla disperazione quando si fa prendere dall’emozione quando dovrebbe far pensare e ragionare il suo cervello.”

Nel valutare le possibilità di successo della Gran Bretagna nella guerra, Churchill affrontò una grande incertezza, le difese e il popolo britannico avrebbero resistito al probabile furioso assalto aereo tedesco? I capi militari britannici, nella loro valutazione strategica sulla capacità della Gran Bretagna di continuare a combattere dopo la sconfitta della Francia, non poterono rispondere alla domanda. Ma posero, invece, un’altra domanda: “Riuscirà  il morale del nostro popolo  a resistere allo sforzo dei bombardamenti aerei?”.

Per spezzare la volontà di combattere della Gran Bretagna, Hitler non aveva certo inibizioni nel prendere di mira i civili. Goebbels scrisse:

“Il Führer è stufo e ora ha permesso che Londra sia bombardata a volontà.”

A Londra, l’ambasciatore Kennedy aveva una visione cupa delle possibilità della Gran Bretagna di resistere, una volta iniziato il bombardamento tedesco. Egli scrisse a suo figlio John, il futuro presidente: “L’intero nocciolo della questione è .. la forza della Luftwaffe… Se hanno la forza che pretendono di avere e arrivano e mettono fuori combattimento le forze aeree britanniche, non farà la minima differenza quali precauzioni di terra hanno preso gli inglesi. Nessun paese può resistere se non ha la parità aerea con un altro paese”. Kennedy disse anche all’ambasciatore sovietico Ivan Maisky:

“È assolutamente inevitabile che l’Inghilterra sarà quasi completamente distrutta dai raid aerei”

Churchill, riteneva l’ambasciatore americano un disfattista. Se il popolo britannico avesse sopportato di essere bombardato, sarebbe dipeso in parte dalla capacità della Royal Air Force (RAF) di contrastare l’offensiva aerea della Germania. La RAF avrebbe potuto limitare i danni che i bombardieri tedeschi avrebbero fatto piovere sulla Gran Bretagna? Sia le forze aeree britanniche che quelle tedesche subirono pesanti perdite nei loro continui scontri ma la Gran Bretagna resistette.

I bombardieri tedeschi riuscirono a passare, e la popolazione civile britannica nelle città bombardate subì gravi perdite di vite umane. Alla fine del 1940, i bombardamenti tedeschi uccisero circa 25.000 civili britannici. Ma, nonostante tutto, il morale britannico non crollò. L’Inghilterra superò la terribile prova. Il leader britannico esercitò un grande carisma, continuando a sostenere e motivare la popolazione, come possiamo ascoltare in un altro contributo audio, dove esorta gli inglesi a non mollare mai, “Never Give in” egli dice, “never, never, never”:

Ad ogni modo l’obiettivo di Churchill di abbattere il regime in Germania avrebbe richiesto molte più risorse di quello che l’impero britannico poteva mettere in campo. Il che equivaleva, in ultima analisi, a chiedersi se gli Stati Uniti sarebbero entrati in guerra a fianco della vecchia Europa.

Churchill era convinto che, col tempo, gli Stati Uniti avrebbero supportato la Gran Bretagna contro il pericolo comune rappresentato da Hitler. Affinché questa coalizione si formasse, tuttavia, la Gran Bretagna aveva bisogno di giocare per il tempo, per dimostrare la sua capacità di portare avanti la lotta, e mostrare i limiti del potere tedesco. Prolungando la guerra, la Gran Bretagna avrebbe anche dato tempo agli Stati Uniti di riarmarsi, di mobilitare la sua economia e di convincere il popolo americano della necessità di combattere.

Oggi sappiamo come andò a finire: Hitler avrebbe invaso l’Unione Sovietica e poi dichiarato guerra agli Stati Uniti, dopo che il Giappone aveva attaccato le forze americane nel Pacifico. La scommessa di Churchill che la Gran Bretagna avrebbe trovato degli alleati ha infine pagato a causa dell’aggressione tedesca e giapponese. Queste incognite conosciute hanno quindi, alla fine, giocato a favore di Churchill.

Egli fu aspramente criticato perché decise di correre dei rischi, seppur calcolati, di fronte alle incertezze della guerra, ma ci sono poche certezze in guerra.  Era convinto che la soluzione a questa terribile situazione sarebbe stata trovata con il potere aereo e nella speciale partnership transatlantica con gli Stati Uniti.

Nello scommettere che la Gran Bretagna potesse resistere all’assalto aereo tedesco, le probabilità favorivano Churchill. Sebbene i leader britannici furono lenti a riarmarsi durante gli anni ’30, comunque investirono abbastanza per difendere le basi aeree e navali.

Dall’altra parte della Manica, peraltro, la Germania non si era preparata allo scenario di un’invasione della Gran Bretagna. La Luftwaffe trovò sempre assai difficile ottenere la superiorità aerea sull’Inghilterra meridionale, e attraversare la Manica via mare contro l’opposizione della Royal Navy avrebbe comportato un rischio formidabile. Inoltre, l’aura di invincibilità di Hitler sarebbe stata incrinata se la Germania avesse subito un drammatico fallimento in un tentativo di invasione.

Cosa possiamo osservare sull’intervento americano a sostegno della Gran Bretagna, l’altra grande scommessa di Churchill? Questa domanda poneva un difficile problema di valutazione. L’opinione pubblica americana avrebbe voluto evitare di dover inviare una forza di combattimento attraverso l’Atlantico per combattere sui campi di battaglia europei, come era già successo una generazione prima durante la prima guerra mondiale.

Roosevelt capì che  era inevitabile per gli Stati Uniti uscire dall’emisfero occidentale e intervenire in Europa.

Churchill, nel soppesare le probabilità, non cercò mai di sottovalutare il pericolo o la difficoltà di combattere il terzo reich. Egli, al contrario, capiva bene che la vittoria avrebbe comportato un prezzo orribilmente alto in termini di vite perse, risorse spese e città distrutte. Il fallimento del tentativo di pacificazione, tuttavia, costrinse la Gran Bretagna alla guerra contro un nemico ben armato, guidato da un leader e un regime feroci. Nel valutare le scelte strategiche davanti alla Gran Bretagna, Churchill riconobbe che una pace duratura richiedeva scelte coraggiose, anche disperate.

La Gran Bretagna sotto la sua guida, difese la causa della libertà e guadagnò tempo necessario per la giovane democrazia americana di venire a salvare il Vecchio Mondo, come abbiamo ascoltato nel discorso iniziale, da una mostruosa tirannia.

Link per l’episodio: https://www.spreaker.com/user/runtime/dc-1×04-mixdown

Link per la serie: Spreaker https://www.spreaker.com/show/delendacarthago

Spotify https://open.spotify.com/show/31EkRrta8kLLBQtoVzgxJu

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Articolo di Roberto Tomaiuolo

Leggi la puntata precedente di Delenda Carthago cliccando qui.

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