Le “Motte”: natura, storia e astronomia si incontrano a San Martino di Lupari

Le “Motte”: natura, storia e astronomia si incontrano a San Martino di Lupari.

Prima menzione storica nelle note del Regio Ispettore ai Monumenti di Castelfranco Veneto, M.Rizzi (1879):

“L’accampamento poi o vallo[…] presenta una figura irregolare ma che si approssima molto al quadrato, e attivatasi colla pertica metrica una misurazione si trovò che la sua dimensione da levante a ponente è di m.232 e da mezzogiorno a settentrione di m.240, talchè nel suo complesso senza l’arginatura il vallo suddetto comprenderebbe un’ampiezza di mq. 55680”.




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Le note descrivono il terrapieno in questione, sito sul confine tra San Martino di Lupari (PD) e Castello di Godego (TV), a nord della statale che mette in comunicazione Castelfranco Veneto con Cittadella. Si tratta di un aggere di forma quadrangolare con assi interni di 230-206m, con un’altezza media di 4 metri e sezione approssimativamente trapezoidale.

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Nel dopoguerra, il lato sud-orientale è stato quasi interamente spianato per ricavarne inerti.

Attualmente la zona è immersa nel verde, tra le colture cerealicole nella zona interna ed esterna e la vegetazione spontanea: ma non si tratta certamente di una conformazione naturale.

I primi reperti son datati all’età del bronzo, mentre, la forma attuale, si deve quasi certamente a un accampamento di epoca romana: stiamo parlando di almeno 30 secoli di presenza umana!

Con un perimetro di quasi un chilometro, nei secoli il sito è stato utilizzato come “città murata” ante-litteram: sia per scopi difensivi nei confronti di altre tribù, sia in difesa da animali. Possiamo immaginare realisticamente delle torrette di osservazione e una palizzata di legno a supporto degli scopi di protezione.

I primi insediamenti sono paleo-veneti, una civiltà da porre tra quelle di cacciatori e quelle dedite a un’agricoltura organizzata: l’attività principale era l’allevamento di bestiame.

Oltre ai romani, come precedentemente detto, anche i Longobardi sfruttarono le potenzialità del sito e fondarono qui vicino un villaggio stabile dedicato, appunto, al loro santo tanto caro, San Martino consacrando anche la prima chiesa.

Nel 1933, A. De Bon nota per primo, nella sua “Colonizzazione romana dal Brenta al Piave”, come l’orientamento geografico sia disposto diversamente rispetto alla centuriazione romana, ipotizzando una “stazione di truppe ausiliarie barbare”. Ed è su questa scoperta, che si innesta l’astronomia: le direzioni parallele dei lati del terrapieno si snodano lungo la direttrice NO-SE. Inoltre, una strada si snoda per circa 2 chilometri dal terrapieno con la stessa direzione.

Ancora oggi, percorrendo la strada intorno al 21 dicembre, è possibile veder sorgere il sole in asse con la propria direzione di moto.

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In realtà, attualmente, il sorgere del sole non è perfettamente allineato, ma se ritorniamo al 1200 a.C., periodo di datazione dell’aggere, l’angolo di errore si attesta tra 0,5° e 1°. Per comprendere il grado di precisione, esso è assolutamente assimilabile a quello del probabilmente più conosciuto sito preistorico con orientamento solstiziale: Stonehenge.

La differenza tra l’attuale orientamento astronomico e quello originario, si deve al movimento precessionale terrestre che, con un ciclo di circa 25800 anni (anno platonico o grande anno), muta l’obliquità dell’eclittica, generando pure un moto apparente delle stesse, moto che gli antichi conoscevano in maniera approfondita. Probabilmente, l’orientamento astronomico, serviva da orologio naturale: la misurazione dei cicli naturali (attraverso l’individuazione dei solstizi e degli equinozi) permetteva l’organizzazione sociale del lavoro e la preparazione in anticipo delle necessità stagionali.

Un sito sicuramente da non perdere: 5 ettari a pochi metri dalla civiltà moderna, dove respirare storia, culti secolari e antichissime conoscenze astronomiche immersi in un continuo di aceri, acacie e roveri spontanei.

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Articolo di Samuele Guizzon

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