Il Santo vs. il Sultano

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Nella puntata di oggi andremo molto indietro nel tempo, oltre 800 anni fa. E racconteremo la storia di un famoso incontro, quello fra un cristiano proveniente da Assisi ed un sultano islamico d’Egitto, al-Malik-al-Kamil. Ricordiamoci sempre che il passato permette anche di comprendere meglio il presente.

Questo incontro ebbe luogo a Damietta, nel nord dell’Egitto, durante lo svolgimento della Quinta Crociata. Per un periodo probabilmente di tre settimane, si è svolto il dialogo religioso tra Francesco e Al-Kamil, dopodiché il sultano scortò Francesco al sicuro al campo cristiano.

È possibile riconoscere, dagli scritti di Francesco dopo il suo ritorno dall’Egitto, che l’esperienza ebbe su di lui un profondo impatto negli ultimi anni della sua vita. Lo storico incontro tra Francesco e il Sultano testimonia che, persino al culmine delle crociate, fu possibile per membri di diverse fedi religiose comunicare e rispettarsi. 

Le crociate

Come detto era in corso la Quinta Crociata, al culmine delle prolungate guerre tra il mondo islamico e quello cristiano. La prima crociata fu innescata dal discorso di Clermont di Papa Urbano II nel 1095. Le crociate successive furono lanciate per tutto il XII secolo ma, nonostante il successo iniziale della prima crociata, politicamente e strategicamente si dimostrarono un fallimento. L’Islam, precedentemente diviso in fazioni in guerra, divenne una forza potente e unita a causa della sfida dell’invasione europea.

Il 2 ottobre 1187, il sultano Ṣalāḥ al-Dīn Yūsuf ibn Ayyūb (ovvero Saladino), riconquistò Gerusalemme, e lo stesso mese, papa Gregorio VIII invocò una crociata per riconquistarla: sarebbe stata la terza di tali crociate. Nonostante un certo successo da parte dei crociati, Gerusalemme rimase sotto il controllo di Saladino. Innocenzo III invocò una quarta crociata nel 1198, che finì in un completo fallimento, i crociati invece finirono con il catturare e saccheggiare Costantinopoli.

Nel 1213 Innocenzo invocò un’altra crociata, e Papa Onorio III, succeduto a Innocenzo nel 1216, si impegnò a portare avanti la Crociata in omaggio al suo predecessore.

Damietta

Nel 1218, l’esercito dei crociati sbarcò sulla costa dell’Egitto e pose l’assedio alla città di Damietta, strategica per il controllo del Nilo. Il loro avversario era il personaggio che abbiamo introdotto, il sultano al-Malik al-Kamil, nipote del Saladino, descritto come uomo brillante e capace.

La battaglia per Damietta si protrasse molto a lungo, dopo che i crociati posero l’assedio alla città, subirono varie sconfitte prima di catturarla, temporaneamente, nel novembre 1219, ma nel 1221 al-Malik al-Kamil riconquistò la città e cacciò i crociati. Damietta, in seguito, fu nuovamente catturata nel 1249, durante la settima crociata, ma di nuovo persa nel 1250 e infine distrutto dall’allora Sultano Baybars nel 1251.

Si pensa che Francesco abbia raggiunto il campo dei crociati appena prima della loro sconfitta da parte delle forze musulmane il 29 agosto 1219.

L’appello originale di Papa Innocenzo III per la Quinta Crociata nel 1213 arrivò con la sua Lettera Enciclica “Quia Maior”. In questa enciclica Innocenzo ha sottolineato l’importanza di sostenere la crociata, sia materialmente che spiritualmente. 

Azioni di liberazione

Da questo momento, si sarebbero tenute processioni mensili per pregare per la liberazione di Gerusalemme, durante la celebrazione di tutte le messe, bisognava prostrarsi a terra prima della Comunione.

Il Salmo 79 sarebbe stato cantato “Dio, i pagani hanno invaso la tua eredità ”e alla fine del salmo il sacerdote avrebbe recitato una preghiera per la liberazione della Terra Santa dalle “mani dei nemici della croce”. In ogni chiesa venivano collocate casse in cui tutti i fedeli potevano versare contributi allo sforzo bellico. Se contribuivano, veniva loro promessa un’indulgenza di remissione dei peccati, secondo l’importo dato e la profondità della loro devozione.

In questo periodo di preparazione alla Crociata, i musulmani venivano presentati come nemici di Dio, come esseri malvagi. Ciò era in linea con l’approccio adottato da Bernardo di Chiaravalle nella sua chiamata per la seconda crociata del 1146. 

Secondo Bernardo, una crociata avrebbe dato ai cristiani l’opportunità di dimostrare di essere veri discepoli di Cristo. Il cavaliere serve Cristo quando uccide il nemico. Il cavaliere di Cristo non porta la spada senza motivo, perché è il ministro di Dio per la punizione dei malfattori. Se uccide un malfattore, non è l’assassino di un essere umano, ma un assassino del male. Il cristiano si gloria nella morte del pagano, perché con la sua morte Cristo è glorificato

Non tutti i cristiani, tuttavia, hanno sostenuto la violenza contro i musulmani. Voglio ricordare Gioacchino da Fiore, che credeva che la Nuova Era dello Spirito dovesse essere introdotta più con la predicazione che con la guerra, e sulla cui importante figura ritorneremo in altre occasioni, basti in questa occasione ricordare che egli, considerato ufficialmente un eretico dalla chiesa, fu messo da Dante Alighieri nel paradiso.

Francesco a Damietta

Esistono numerosi resoconti riguardanti l’arrivo di Francesco a Damietta e il suo incontro con il Sultano, alcuni di questi racconti sono di origine francescana e altri esterni. I racconti francescani sono quelli di Tommaso da Celano e  di Bonaventura.

Nel 1228, Tommaso da Celano fu incaricato dal Papa di scrivere una Vita di Francesco. Egli credeva che molti fratelli si stessero allontanando dalle sfide radicali della vita in imitazione di Cristo presentate originariamente da Francesco e che lo stile di vita dell’Ordine fosse diventato troppo confortevole. Lo stile di vita di Francesco è presentato come tutt’altro che confortevole; piuttosto, l’accento è posto sulla sua natura profetica.

Celano presenta Francesco e un suo compagno nella “regione della Siria“, fatto prigioniero dai soldati saraceni e portato davanti al Sultano, che li ha ricevuti “molto gentilmente… e lo ha ascoltato molto volentieri”. La relazione è riportata nel capitolo 20 della Vita di Celano, intitolato “Il desiderio di subire il martirio”. Celano conclude questo capitolo “In tutto questo, però, il Signore non ha esaudito il suo desiderio, riservandogli la prerogativa di una grazia unica”.

Nel 1260 il Capitolo Generale francescano chiese che fosse scritta una vita definitiva di Francesco. L’incarico fu affidato al Ministro generale, Bonaventura che nel 1263 presento l’opera. Nel 1266 il Capitolo dichiarò definitiva l’opera di Bonaventura e ordinò tutte le altre fossero distrutte. Questa può essere tranquillamente definita come una “normalizzazione”, e talvolta una falsificazione, del racconto su Francesco.

Nel capitolo 9 della sua opera intitolato “Sul fervore della sua carità e il suo desiderio di martirio”, Bonaventura presenta Francesco e il suo compagno portati davanti al Sultano dove Francesco ha proceduto a predicare. Il sultano ascoltò volentieri e Francesco continuò a proporre come prova di fede un calvario con il fuoco da sopportare sia da Francesco che dai consiglieri del Sultano, un dettaglio che non trova menzione in Celano. Il Sultano avrebbe respinto la proposta, ma avrebbe continuato a rispettare Francesco che alla fine è tornato al campo cristiano.

Questo avvenimento è raccontato solo dal Bonaventura, ma molti studiosi, tra cui Chiara Frugoni, lo ritengono un falso, cosa probabilmente vera.

Il capitolo 11, inoltre, intitolato “Sulla sua comprensione della Scrittura e il suo spirito di profezia”, ​​Bonaventura racconta come Francesco era giunto al campo crociato di Damietta, aveva previsto la loro imminente sconfitta, aveva cercato di persuaderli a non combattere ma era rimasto inascoltato, seguita dalla conseguente sconfitta dei crociati. Come per Celano, la storia è vista come un’illustrazione dello spirito profetico e della saggezza di Francesco.

Un’importante fonte non francescana si trova nel poi racconto di Jacques de Vitry, che scrisse mentre Francesco era ancora in vita e che effettivamente incontrò Francesco a Damietta. De Vitry parla di Francesco che prosegue da Damietta, disarmato, al campo del Sultano. Lungo la strada, Francesco fu catturato dai Saraceni, ma con la proclamazione “Sono un cristiano” e con la richiesta di essere condotto dal Sultano, fu portato davanti ad al-Malik al-Kamil.

Il sultano, egli scrive, sembrava essere affascinato da Francesco e ha ascoltato la sua predicazione su Cristo. Alla fine garantì a Francesco un passaggio sicuro per tornare al campo crociato e chiese a Francesco di pregare affinché potesse ricevere da Dio una rivelazione su quale fede è più gradita agli occhi di Dio.

Inoltre, un autore arabo del XV secolo menziona un mistico chiamato Fakr-El-Din-Farsi, uno dei cortigiani di al-Kamil. La sua tomba recava l’epigrafe: “La virtù di quest’uomo è nota a tutti. La sua avventura con al-Malik al-Kamil e quello che gli è successo a causa del monaco, tutto ciò è molto famoso “.

Altri resoconti su Francesco

Nel corso della storia, questo incontro verrà ricordato da molti testi e raffigurazioni pittoriche, ad esempio una rappresentazione, è presente nella cappella Bardi della chiesa di Santa Croce a Firenze, e alla fine del XIII secolo, Giotto raffigurò Francesco davanti al Sultano e ai suoi sacerdoti, preparandosi a calpestare le fiamme di un incendio e dipinse questo come una vittoria morale da parte di Francesco.

A fine ‘400, invece, nella stessa chiesa di Santa Croce, Benedetto de Maiano mostrò, i sacerdoti saraceni che si confrontavano con Francesco. In ere più vicine a noi, Voltaire parla di Francesco come un fanatico spericolato che insultava il Sultano, mentre il Sultano era uno che, nonostante ciò, trattava Francesco con gentilezza e si assicurava la sua sicurezza. Il diciannovesimo secolo invece, che vide l’inizio del colonialismo, rappresenta Francesco per sottolineare l’importanza di portare i frutti della civiltà europea anche in Oriente.

È difficile comprendere esattamente quali fossero i fini originali del Santo di Assisi. È probabile che, in origine, egli potesse essere stato motivato ad andare in Egitto per il desiderio del martirio, ma in seguito egli non menzionerà mai questo proposito ai suoi confratelli.

Un esame dei suoi scritti post-Damietta mostra che ha vissuto lì un’esperienza che ha profondamente influenzato la sua vita. Egli fu sicuramente colpito dagli atteggiamenti religiosi dei musulmani, dalla chiamata regolare alla preghiera del muezzin, dall’approccio a un Dio trascendente, dal profondo rispetto per il libro sacro del Corano.

Lettera ai Reggitori dei Popoli

Nella sua Lettera ai Reggitori dei Popoli (del 1220), scrisse

“che ogni sera si annunci, mediante un banditore o qualche altro segno, che all’onnipotente Signore Iddio siano rese lodi e grazie a tutto il popolo”.

In altre lettere egli propose di usare le campane (questo ricorda un “muezzin” cristiano in forma diversa), come pure il gesto di prostrarsi a terra, che aveva visto nel campo del sultano.

Egli inoltre propose di inserire nella sua nuova regola dell’ordine, che però non fu “bollata”, cioè approvata dal Papa, l’indicazione di recarsi fra i mussulmani e di parlar loro di Cristo solo se le circostanze lo avessero consentito, non litigare ne essere violenti, quindi non una sorta di conversione forzata. Scrisse inoltre che bisognava riconoscere l’opera di Dio anche laddove il nome non fosse esplicitamente scritto o fosse scritto in modo differente, dal momento che le opere positive sono sempre e comunque opera di Dio (e qui appare evidente un riferimento ad Allah).

Vi sono anche altri cambiamenti teologici nel Francesco post-Damietta, come il suo diventare più trascendente, ma in questi dettagli non entriamo.

In sostanza, Francesco cercò l’incontro nel tentativo di evangelizzare, di convertire i musulmani, conscio del possibile martirio che avrebbe subito, che forse cercava, non certo per dialogare in una posizione negoziale. Egli però torno dall’incontro profondamente colpito e cambiato.

In un certo senso alcuni studiosi fanno un paragone con quanto egli scrisse sui lebbrosi. Francesco racconta infatti che per lui era molto difficile averci a che fare, perché  la sua educazione lo aveva portato a credere che i lebbrosi dovevano essere temuti, evitati, disprezzati. Ma egli vinse questa paura, e realizzò l’importanza del legame fra tutte le creature, così egli ci racconta.

Probabilmente un parallelo è possibile con gli avvenimenti di Damietta. Francesco non inviterà mai alle crociate, anzi scriverà appelli per ricordare il precetto evangelico di amare il proprio nemico. Purtroppo il messaggio di Francesco è stato troppo spesso annacquato e normalizzato (alcuni sostengono addirittura radicalmente falsificato), e ciò è particolarmente vero nell’opera del Bonaventura.

Ad esempio, la famosa predica agli uccelli, che andrebbe interpretata allegoricamente, ad indicare le categorie più povere che francesco voleva come interlocutori privilegiati, e come era evidente nei primi resoconti sul monaco, è diventata per il Bonaventura più o meno una stranezza, ed ai giorni nostri addirittura un discorso naturalista.

In questo episodio abbiamo rievocato un incontro che è rimasto nella storia, e le due figure di prima grandezza che lo hanno effettuato. Abbiamo anche ripercorso brevemente alcuni momenti della vita di San Francesco, una figura assai meno scontata di quanto alcune cronache, normalizzatrici, vogliono farlo apparire da ormai moltissimi anni, un precursore con tratti rivoluzionari.

Link per l’episodio: https://www.spreaker.com/user/runtime/dc-1×07-mixdown

Link per la serie:
Spreaker https://www.spreaker.com/show/delendacarthago

Spotify https://open.spotify.com/show/31EkRrta8kLLBQtoVzgxJu

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Twitter: @DelendaCarthag7

Articolo di Roberto Tomaiuolo

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